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Zone industriali e bonifiche: una luce in fondo al tunnel?


Una recentissima sentenza del TAR del Friuli Venezia Giulia afferma o, meglio, riafferma un principio di legge che dovrebbe essere ovvio: chi inquina, paga. Chi inquina, non altri.

I dirigenti del Ministero dell'Ambiente tentano, da anni, di risolvere l'ormai quasi decennale problema del Sito Inquinato Nazionale (SIN) di Trieste applicando il principio opposto. Paga chi si trova lì oggi.
Poco importa se l'azienda adotta un processo produttivo che non produce alcuna forma di inquinamento.
Poco importa se non è per nulla certo che il terreno sia effettivamente inquinato.
Intanto paga - dice il Ministero -, o effettua a tue spese imponenti, costose, lunghe operazioni di messa in sicurezza e bonifica.

E' anche a causa dell'ostinazione del Ministero, in contrasto con direttive comunitarie e leggi italiane (come afferma il TAR), che ancor oggi sulle zone industriali di Trieste è quasi impossibile insediare nuovi stabilimento produttivi o ampliare quelli esistenti. Con dirette, negative conseguenze sullo sviluppo del comparto industriale e artigiano della nostra provincia. Meno lavoro, meno assunzioni di personale, minore attrattività territoriale, propensione degli imprenditori ad investire altrove.

L'approccio corretto al tema è quello unanimemente condiviso da tutte le categorie economiche. Completare le caratterizzazioni (prelievo campioni e analisi dei terreni) del SIN, verificare entità e localizzazione dell'eventuale inquinamento, effettuare l'analisi del rischio e quindi decidere le eventuali modalità di bonifica.
Insomma, prima si visita il paziente e solo in presenza di un'accertata malattia si prescrive la medicina. Non il contrario.

Il SIN è già stato caratterizzato per metà, utilizzando fondi messi a disposizione dalla Regione. E la presenza di agenti inquinanti è, quasi ovunque, sotto i limiti di legge. Alcuni hot-spot possono venire rimossi con interventi puntuali e poco costosi.
E' altamente probabile che la metà rimanente presenti caratteristiche analoghe. Per esserne certi basta impiegare risorse che la Regione ha già accantonato allo scopo - servono circa 4 milioni di euro - e che, finora e nonostante le pressioni della Regione, il Ministero ha impedito di utilizzare, subordinando tale indispensabile attività alla firma di un Accordo di Programma che non avrebbe la minima possibilità di superare indenne un qualsiasi banale ricorso alla Giustizia Amministrativa.

E' quindi urgente che tutto il territorio triestino, tutti i soggetti pubblici e privati, facciano valere con vigore le ragioni dello sviluppo e, naturalmente, del rispetto delle leggi. In ballo c'è l'equilibrato assetto economico di Trieste, dove l'incidenza del comparto manifatturiero, già da tempo pericolosamente bassa, si accinge a scendere sotto l'insostenibile soglia del 10%.

Poi, dal momento che le norme vigenti affermano l'obbligo di ricercare motivi e responsabili dell'inquinamento (che nel nostro caso, come abbiamo visto, è ancora da dimostrare) posso dare un aiuto.
La lettera pubblicata qui sopra, datata 1961 - quando le leggi ambientali non sono nemmeno fantascienza e l'eternit è il massimo della modernità - , spiega come con le discariche si sono "da secoli guadagnate delle superfici al mare, superfici attualmente urbanizzate" e che le "pubbliche discariche" avvengono "presentemente" nell'allora paludosa e attualmente industriale zona delle Noghere, venendo "in questo modo attuato, insieme con le bonifiche (!) il programma di ampliamento della zona industriale".

Pertanto: che in passato zone oggi urbanizzate siano state utilizzate come discariche pubbliche è stato ufficialmente ammesso 50 anni fa. All'epoca tale attività era perfettamente legale. Ciononostante la presenza di inquinanti ancora attivi sembra essere sporadica e facilmente rimovibile. E comunque certamente non riconducibile all'attività della stragrande maggioranza delle imprese oggi insediate nelle zone industriali triestine.

E' quindi plausibile ritenere che con un intervento di bonifica "leggero", rapido e mirato, al posto dei faraonici e multimilionari barrieramenti a mare perorati dal Ministero, si possano restituire agli investimenti imprenditoriali i 500.000 mq. di terreni industriali finora praticamente bloccati.

Quando se ne prenderà tutti coscienza non sarà mai troppo presto.
Rimarrà il rammarico di aver perso più di un decennio in piani inutili, bozze di Accordi di programma inconcludenti, progetti di bonifica impossibili da realizzare.
Facendo perdere, purtroppo, altrettanti anni di sviluppo e occupazione.
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