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Sviluppo Economico o ancora "no se pol"?


In tutta l'Italia per aprire un negozio di 2.500 mq. è sufficiente una DIA (Dichiarazione Inizio Attività). A Trieste ed in Friuli Venezia Giulia no, il limite è 1.500 mq. Oltre, serve un Piano di settore, lunghi passaggi burocratici e amministrativi, condivisione politica (!). Un bell'"incentivo", no?
Due anni fa, per allinearci al resto d'Italia, provai a far modificare la legge del Friuli Venezia Giulia, con l'aiuto del Consigliere regionale Piero Tononi: niente da fare, "no se pol".
Così mi dissi: "Vediamo se qualche imprenditore è intenzionato comunque ad investire a Trieste, nonostante l'evidente penalizzazione cui, da queste parti, va incontro." In caso di risposte affermative avrei lavorato sull'iter autorizzativo (dura lex, sed lex), per dare la possibilità di sviluppare, nella nostra città, nuovo reddito e nuova occupazione.
Pubblicai quindi un avviso sui quotidiani nazionali e ottenni delle manifestazioni di interesse. Positive.

Oggi ho una delibera pronta dai contenuti importanti. 9 vere proposte di insediamenti commerciali di singole attività sparse in varie zone del territorio comunale. 100 milioni di euro l'ammontare complessivo degli investimenti. Oltre 500 nuovi posti di lavoro per i triestini. Concretamente realizzabili nel giro di un paio d'anni.
Si tratta, in buona parte, di attività e marchi oggi non presenti a Trieste e nella nostra Regione. Importanti nomi nei settori mobili e arredo, sport, elettronica. Dimensioni tali da intercettare e far deviare i flussi di consumatori finora diretti in Friuli o in Slovenia e da trattenere a Trieste la clientela locale.
Sono progettati interventi di alta qualità, così riqualificando, anche urbanisticamente, aree oggi semi-degradate.
Il tutto - quasi incredibilmente - a Trieste, in un periodo di perdurante crisi economica generale.

Eppure c'è chi storce il naso. Qualcuno dice che si deve difendere il piccolo commercio locale. Giusto, ma mi deve spiegare in che modo un megastore di elettrodomestici contrasta con l'attività della panetteria di quartiere. Altri si dichiarano genericamente "contro la grande distribuzione". Bene, in linea di principio potrei anche condividere. Ma allora costruiamo attorno a Trieste delle alte mura di medioevale memoria ed un ponte levatoio perennemente alzato. Solo così potremo impedire l'emorragia di acquirenti triestini verso i grandi negozi di ogni genere merceologico che costellano il territorio italiano e sloveno attorno a noi.

Perché, se ancora qualcuno non se ne fosse accorto, le lingue ufficialmente parlate in viale Tricesimo a Udine sono l'italiano, il friulano, il tedesco e... il triestino. E non necessariamente in quest'ordine. Il Friuli registra naturalmente anche una folta e assidua presenza di sloveni e croati, gli stessi che qualcuno pensava - o magari ancora pensa - che avrebbero continuato ad affollare nei secoli anguste botteghe cittadine per acquistare jeans di bassa qualità da negozianti antipatici. Siamo nel 2010 ed accade esattamente il contrario: le automobili triestine occupano i parcheggi dei grandi negozi di Capodistria, Lubiana, Fiume... Mentre ancora a Udine, senza tante discussioni, parte un centro arredamento da 30.000 mq.

La politica triestina è oggi davanti ad una scelta. Continuare a fingere di non vedere cosa succede oltre il Timavo ed il Rio Ospo assecondando un lento declino commerciale, oppure rendere il nostro territorio competitivo nei confronti di quelli limitrofi. Agevolando la libera iniziativa privata, facilitando gli investimenti, favorendo la concorrenza a vantaggio dei consumatori, creando centinaia di nuovi posti di lavoro per i propri cittadini, soprattutto per i giovani.

E la scelta va fatta rapidamente. Perché gli imprenditori non aspettano i tempi dilatati della politica "politicante". Quando hanno deciso di investire - ed hanno già deciso - lo fanno. Se non sarà Trieste perché qualcuno glielo avrà impedito, sarà Sesana o Monfalcone. Lì pagheranno le tasse, lì andranno a fare acquisti i triestini, lì assumeranno il personale per i propri negozi. Ma, se mai dovesse accadere a causa della "politica" che ha inteso attendere le elezioni o per chissà quale altro pretesto, io voglio poter dire a chiunque, guardandolo negli occhi, di aver fatto fino in fondo il mio dovere di assessore allo "Sviluppo Economico": quello di aver creato per Trieste opportunità di lavoro, investimenti e reddito.

In linea con i princìpi ispiratori del Partito cui aderisco - il Popolo della Libertà - e coerentemente con il mandato amministrativo votato dalla maggioranza degli elettori del Comune di Trieste.
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