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"Parco del Mare": non è questione di pesci.


Fra ipotesi di ridimensionamento, delusioni e rilanci, si riaccende il dibattito sull’idea di un nuovo attrattore turistico per Trieste, che altro non è – o dovrebbe essere – quello che da sei anni è noto come il progetto del “Parco del Mare”.  Verrei meno al mio ruolo di assessore al Turismo pro-tempore del Comune di Trieste se non esprimessi alcuni ragionamenti in merito. Senza alcuna polemica – ché mi pare non ci sia bisogno di aggiungerne alla già copiosa produzione cittadina – ma provando a far confluire l’analisi verso possibili soluzioni per raggiungere quell’obiettivo che ha visto finora, almeno a parole e con qualche atto formale, un’ampia, diffusa, politicamente trasversale condivisione.

Per chiarezza, in nove sintetici punti, a che cosa dovrebbe servire il “Parco del Mare”, quale contributo può dare allo sviluppo turistico e quindi economico del nostro territorio, perché ipotesi meno ambiziose rispetto a quella originaria non produrrebbero risultati significativi.

1.   L’economia legata al turismo a Trieste è in costante crescita, con percentuali che superano di molto quelle dell’Italia, della Regione e di molte città d’arte italiane.
2.   Al motore della crescita può venir innestato un turbo, capace di produrre una repentina accellerazione, moltiplicando così rapidamente il flusso degli arrivi e le conseguenti ricadute economiche sulla città.
3.   Tale funzione può venir svolta da qualsiasi nuovo elemento, purché soddisfi la condizione di costituire, di per sé, il motivo per cui programmare un viaggio a Trieste da parte di un target che attualmente non viene raggiunto.
4.   Quanto più vasta e popolata è l’area geografica in cui il nuovo elemento costituisce un unicum, quanto più eterogeneo per età, ceto sociale, livello culturale è il pubblico cui si rivolge, tanto più la sua funzione attrattiva risulterà efficace.
5.   Nel 2004 si ravvisò che il nuovo elemento, il “turbo” del motore turistico triestino, poteva essere un grande acquario con percorsi ludici, scientifici, didattici. Con alberghi e servizi. Il migliore d’Italia e forse d’Europa. Poteva essere un grande “Parco del Mare”.
6.   Nella sua configurazione iniziale, per qualità e dimensione, il “Parco del Mare” presenta infatti le caratteristiche che lo rendono novità e attrazione, è unico in una vasta area europea, possiede la capacità di colpire target diversificati. Può, quindi, diventare un “turbo” turistico.
7.   Un drastico ridimensionamento, la conduzione al rango di acquario simile a decine di altri, fa perdere al “Parco del Mare” quei requisiti prima descritti. Senza i quali l’opera non può produrre gli effetti incrementali per cui è stata ideata. E quindi, a fini turistici, non serve.
8.   Un semplice abbellimento e ampliamento, farà sì che chi visita Trieste aggiungerà al proprio percorso cittadino l’acquario nuovo. Come peraltro fa già, in molti casi, con quello vecchio. Senza dubbio, ne uscirà più soddisfatto di quanto avvenga ora. Ma non ci sarà alcuna famiglia a Praga, Budapest, Vienna, Monaco di Baviera che programmerà un viaggio a Trieste, anziché altrove, solo perché, fra le altre cose da vedere, c’è un acquario non dissimile a quelli visitabili in altre città. Compresa la loro.
9.   Il Castello di Miramare, ad esempio, rimarrebbe saldamente in testa alla classifica dell’attrattività triestina. Tutto ciò che non lo supera aumenta l’offerta per i turisti che già arrivano, non il numero degli arrivi dei turisti.

Naturalmente, anche laddove si condividano i punti qua sopra, rimane l’obiezione legata al costo per la realizzazione e la gestione dell’infrastruttura turistica.
Le casse pubbliche a tutti i livelli, già stressate dalla necessità di garantire servizi, supporto all’economia e all’occupazione, non hanno capienza per interventi straordinari. Vi sono poi dei margini di incertezza relativi ai costi effettivi che inducono a ritenere che l’opera si presti, anche “moralmente”, a venir realizzata da chi non può, per definizione, spaventarsi di fronte al “rischio d’impresa”. Ovvero le aziende e gli investitori privati. Pare ce ne sia più d’uno pronto ad intervenire e forse sarebbe il caso di testarne l’effettiva volontà.
Il modo per verificarlo c’è, ed è anche molto semplice.

È lo strumento del project financing, lo stesso utilizzato per costruire Park San Giusto i cui scavi sono attualmente in corso. Il pubblico concede aree e immobili di sua proprietà per una durata predeterminata, il privato esegue l’opera e realizza l’investimento, ripagandosi con i proventi della gestione. Alla fine del periodo - solitamente compreso fra i 20 e i 40 anni - tutto, opera inclusa, ritorna nella disponibilità pubblica. Si tratta anche di un’ottima cartina di tornasole per verificare  davvero la sostenibilità economica e finanziaria. E’ chiaro che se l’operazione appare remunerativa, i privati dovrebbero buttarsi a… pesce. In caso contrario avremmo la prova materiale che quanto sognato non sta effettivamente in piedi economicamente e che non può che appartenere, appunto, al mondo dei sogni.

Infine, una considerazione.

Le Rive triestine sono un sistema delicato dal punto di vista paesaggistico e viabilistico. Lo scrupolo in merito alla sostenibilità dell’afflusso di persone e mezzi verso un nuovo contenitore, inserito peraltro in un contesto architettonico oggi equilibrato, è del tutto giustificato.

Una delle cordate in gara per ottenere la concessione del Porto Vecchio incluse, fra le proposte realizzative di recupero del sito, l’equivalente del “Parco del Mare”. L’esito premiò un concorrente diverso e quell’ipotesi – vicina a quella del 2004 sul terrapieno di Barcola – durò soltanto lo spazio di qualche settimana.

E se quest'ipotesi provassimo a recuperarla, anche attraverso quello che potrebbe diventare il futuro concessionario del Porto Vecchio il quale, prevedendo di investire una cifra compresa fra il miliardo ed il miliardo e mezzo di euro, non dovrebbe sobbalzare dalla sedia di fronte ad un’operazione da qualche decina di milioni?

Disporremmo, in un’area sul mare, di un formidabile polo di attrazione costituito dal “Parco del Mare”, dal centro congressi del Silos con albergo e centro wellness, polo museale con la restaurata Centrale Idrodinamica, l’auspicata area fieristica ed espositiva – come previsto dalla variante al Piano Regolatore del Porto Vecchio. Con la stazione ferroviaria e delle autocorriere a due passi, parcheggi in copiosa quantità, raggiungibilità via mare attraverso il terminal traghetti del Molo Quarto.
Qualcuno avrebbe dei dubbi che un’area così interdisciplinare e multimodale, in un contesto così unico e irripetibile, non sarebbe un formidabile “turbo” di rilancio economico e turistico?

Certo, è necessaria la piena convergenza tra gli Enti e tra le forze politiche, capacità di scegliere e perseguire un percorso con serietà e determinazione e di contemperare con equilibrio l’interesse pubblico con quello privato.

Ma l’essenza della sfida è proprio questa, che è altra cosa dal costruire qualche vasca con dei pesci dentro. Se saremo capaci di affrontarla e vincerla, avremo meritato i risultati che sicuramente otterremo.
Se abdicheremo, diremo che non avremo il “Parco del Mare” e che in fondo possiamo vivere anche senza.
Ma in cuor nostro sapremo che abbiamo rinunciato a progettare il futuro.
E anche in questo caso avremo nulla di più di quanto ci saremo meritati. 
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