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Aerei che arrivano, treni che vanno...


Destino cinico e baro, sentenziava Saragat. Non si riferiva al destino che sembra governare le sorti di Trieste, ma l'avesse fatto non sarebbe stato fuori luogo. Allora come oggi. Vediamo perché. Intanto, una buona notizia: il ministro Matteoli, su sollecitazione del sottosegretario Roberto Menia e degli imprenditori regionali fa ripristinare il collegamento aereo Ronchi-Linate. Una manna che, mai come in questo caso, viene dal cielo.

Ma non si fa in tempo a gioire che, in tema di trasporti e collegamenti, arriva la pronta, ferale compensazione. Rete Ferroviaria Italiana e Trenitalia - che d'ora in poi chiamerò Ferrovie, come una volta - prospettano nell'orario invernale il taglio dei convogli diretti a Roma e Milano. Altro che Nuova Europa, allargamento dei confini, rinnovate relazioni internazionali. Per le nostre Ferrovie, l'Italia termina a Mestre. Oltre, qualche sbuffante trenino regionale può bastare.

Siamo destinati ad avere un tavolo che non ha mai tutte le gambe. Abbiamo più o meno risolto alcuni problemi con le strade, dopo l'apertura del passante di Mestre ed il completamento della Grande Viabilità Triestina. I treni erano e sono già scarsi e con orari spesso scomodi ma, insomma, ci si adattava nella speranza di un futuro migliore. La mancanza di un volo su Milano era la grana più grossa. Ma ecco che - destino cinico e baro, appunto - colmata la pesante lacuna aerea, si materializza lo scippo su rotaia.

Ci fa sapere "Il Piccolo" che già oggi, per raggiungere il capoluogo meneghino in treno, si impiegano 20 minuti in più rispetto a 50 anni fa. Domani se ne dovranno aggiungere altri 40, oltre alla scomodità del cambio treno. E dopodomani potremo pure far togliere i binari e la stazione, tanto a quel punto avremo ceduto tutti alla tentazione di spostarci in automobile che inquina e consuma, ma farà risparmiare due ore di tempo.

La storia ci insegna che tutti gli insediamenti umani si sono sviluppati tanto quanto sono stati facilmente e rapidamente raggiungibili. Per mezzo collegamenti marittimi, fluviali, stradali ferroviari e, successivamente, aerei.

Trieste sta cercando, con tutte le sue forze politiche ed imprenditoriali, di riconquistarsi il ruolo che ha avuto fino alla prima metà del Novecento. Non siamo più una città di confine - quando il confine era pesantemente ideologico prima ancora che fisico - ed è fortunatamente vicino il tempo in cui vedremo dissolversi i valichi tra Slovenia e Croazia.

Stiamo diventando un luogo cui gli investitori guardano con interesse, dove il presidente Berlusconi sceglie di organizzare importanti vertici di Stato, dove i turisti arrivano in quantità impensabile fino a pochi anni fa. Se alle Ferrovie avessimo dei manager veri, non quelli da stipendi milionari e voragini nei bilanci, questi annuserebbero l'aria, accompagnerebbero la crescita.

Investirebbero su Trieste e sul Friuli Venezia Giulia, perché le potenzialità sono enormi così come potrebbero esserlo i ricavi. Che confermerebbero la lungimiranza della scelta, ripagando gli investimenti.

Sconcerta, quindi, l'assenza di strategia e terrorizza che il potere di decidere sullo sviluppo economico e sociale di un vasto territorio, attraverso l'attivazione o meno di indispensabili collegamenti, si trovi nelle mani di oscuri burocrati.

Ai signori delle Ferrovie deve arrivare, ora e subito, un fischio ed uno stop netto da parte di tutta la politica e delle categorie imprenditoriali. Senza divisioni, senza indulgenze nè tentennamenti.

Perché in ballo non ci sono comodità, lussi o capricciosi desideri, ma il destino stesso di queste terre. Che per una volta vorremmo benigno e non cinico. E tantomeno baro.
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