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PERSECUZIONI E BARBARIE: NESSUN DORMA!


Immaginate che una sera nelle strade della vostra città facciano irruzione dei rombanti convogli di uomini armati, che con gli altoparlanti avvertono la popolazione di abbandonare la città entro la notte, pena la morte. E che agli annunci si alternino urla e raffiche di mitra, e che sulla vostra porta una mano nemica col gesso tracci un segno che significa: qui abitano dei cristiani.

Immaginate ora una casa con una madre e tanti bambini, e dei vecchi, magari non più in grado di camminare. Che fare? Morire tutti, o abbandonare i vecchi al loro destino? Immaginate cosa sia, lasciare un padre malato per salvare almeno i ragazzi. E come fa una madre con un figlio neonato e altri ancora piccoli a scappare, coi bambini avvinghiati alle gonne? E che significa essere una donna cristiana mentre avanzano le truppe jihadiste, se non diventare una indifesa preda? Fuggire con nulla addosso, o con un fagotto di povere cose; l’angoscia come una tenaglia, la fame che preme, il nulla davanti.

Quel segno d’odio – la "N" araba, di nazareno – avete cominciato a vederlo sulla prima pagina di questo giornale sin dal 17 luglio, quando le milizie qaediste del "califfato" avevano preso a imperversare a Mosul, nell’Iraq del Nord come già facevano nella regione della città martire di Aleppo in Siria. E avete continuato a vederlo nell’indifferenza politica e mediatica di troppi altri. E i drammi si sono moltiplicati. Migliaia e migliaia, dopo la conquista da parte delle milizie dell’Isis di Qaraqosh e dei villaggi della piana di Ninive. Luoghi cristiani da duemila anni, annientati; chiese bruciate, crocifissi divelti, reliquie disperse. E ad altre minoranze religiose non sta toccando sorte migliore. Quest’avanzata evoca memorie di invasioni barbariche per la spietatezza dei vincitori, estranei a ogni codice di onore e di pietà; e per la disperata debolezza dei profughi. Donne, vecchi, bambini rifugiati nelle chiese del Kurdistan iracheno, nelle foto danno la sensazione che il tempo sia ritornato oscuramente indietro, a evi sanguinari e bui.

Quella madre che tiene in braccio un bambino talmente sfinito e pallido, che pare morto; quell’altra che mostra, allucinata, la fotografia di un figlio perduto; una chiesa gremite di profughi, e, nella navata, la carrozzina di un bambino - come l’assurdo residuo di un tempo di pace.
Occorre guardarle bene, quelle immagini, per capire quale tragedia si stia avverando in Iraq. Guardare e immedesimarsi, e quindi com-patire, e quindi soffrire insieme a quella gente; e quindi davvero pregare per loro, come il Papa esorta da giorni a fare, come la Chiesa italiana già fa e di nuovo farà coralmente il 15 agosto. È strano, ma a volte le parole non bastano, come se oltre a una certa misura di orrore non ce ne fossero, di pesanti abbastanza. E invece i particolari di una foto gli occhi di un vecchio, le scarpe sfatte di un profugo, il sonno stremato di chi non ce la fa più a fuggire toccano appunto le segrete corde della immedesimazione, e quindi della partecipazione emotiva e, per chi crede, della più autentica preghiera.

A oggi, veramente, non pare che l’Europa si sia troppo esercitata in questa compassione e solidarietà. «Distratta e indifferente, cieca e muta», l’ha definita l’appello del cardinale Bagnasco. I tg dei Paesi dell’Unione mostrano l’affanno dei deportati, e noi spesso si sta a guardare con una sorta di impigrita indifferenza o impotenza. Come se fossero storie di un altro mondo, e invece il nostro, a quel mondo, fosse del tutto estraneo. Come se l’Europa fosse cinta da mura invalicabili da questo rigurgito di barbarie. Il fondamentalismo islamico si allarga come una lebbra, e gli europei non ne sembrano turbati. Forse perché è una identità, quella religiosa, da molti avvertita lontana? Ma almeno si dovrebbe ricordare che il cristianesimo è il fondamento su cui è cresciuto e si è consolidato un tesoro di grandi valori e di autentici diritti umani che dovrebbe essere patrimonio della nostra civiltà. Si dovrebbe capire che libertà di coscienza, inviolabilità della persona, difesa dei deboli, colonne portanti del "nostro" mondo, sono annientate insieme ai cristiani nei luoghi in cui il jihadismo si allarga.

Un modo, quello dell’ annientamento in Iraq, che fa venire in mente il Necaev de "I demoni" di Dostoevskij : «Che non rimanga pietra su pietra». Il cancro jihadista sembra, in realtà, puro nichilismo. L’ombra di un male grande si affaccia sul nostro intorpidito oggi. Quei profughi hanno bisogno, certo, di aiuto materiale, ma anche, e profondamente, della nostra preghiera. Di quella, soprattutto, la più antica, che domanda al Padre di liberarci dal male. Di proteggerci dall’antico nostro oscuro nemico.


Marina Corradi, Avvenire, 11 agosto 2014
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