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DECATHLON: UN SUICIDIO TRIESTINO.


di ROBERTO MORELLI
Il Piccolo, 24 aprile 2011

Credendo di fare l'interesse dei nostri negozi stiamo diventando un cimitero di progetti.

Che una città pensi di sviluppare o tutelare la propria economia cacciando gli investitori, non l'avevamo mai sentito. Che lo faccia Trieste, la cui stagnazione può essere affrontata solo attirando anziché scoraggiando presenze e traffico da fuori città - si tratti d'imprenditori, turisti o acquirenti - è un puro atto di masochismo.

Eppure è quel che sta accadendo con il sostanziale respingimento dei negozi monomarca che a Trieste avrebbero voluto insediarsi. Nei giorni scorsi le cronache hanno riportato la vicenda del megastore sportivo Decathlon, presente e prosperante a Udine, ma snervato e rifiutato a Trieste - insieme alla Fondazione Gaslini che gli avrebbe offerto gli spazi - da un'attesa interminabile. Ma è noto che ad aver fatto richiesta d'insediamento in città sono almeno altri otto marchi, tra i quali più d'uno nel fai-da-te come Leroy Merlin; peraltro su sollecitazione dello stesso Comune che ha poi deciso di sbarrar loro l'accesso, pur tra molti contrasti interni (principalmente tra il sindaco Dipiazza, contrario all'insediamento, e l'assessore Rovis che l'aveva proposto).

Il tutto, per giunta, sta accadendo senza un "no" formale che nessuno potrebbe pronunciare, essendo le richieste in linea con le norme urbanistiche e per l'appunto con l'iniziale invito del Comune, ma semplicemente lasciando trascorrere il tempo e facendo capire l'antifona a colpi di dichiarazione sui giornali: la solita estinzione dei progetti per inerzia, noncuranza e amore di uno status quo apparentemente rassicurante e in realtà venefico, in cui noi triestini siamo purtroppo maestri.

Perché no? Per tutelare il piccolo commercio, si dice, che è già in crisi nera (ed è vero) e uscirebbe strangolato da ulteriori grandi spazi di vendita a prezzi concorrenziali (e non è vero). La tutela, anzitutto: forse che i disoccupati e i consumatori non ne meritano? L'insieme delle richieste, se accolte, avrebbe comportato 130 milioni d'investimento per 520 nuovi posti di lavoro. Rifiutare queste opportunità nel nome di una qualche "tutela", in una città che di rifiuto in rifiuto è ormai un cimitero di progetti estinti, è un'offesa al senso comune. Ma anche volendo farsi carico, com'è doveroso, della grave difficoltà in cui versa il nostro piccolo commercio, lo si difende forse bloccando le nuove attività? Proprio per nulla: se ne aggrava invece la crisi prosciugando il mare in cui esso nuota, cioè respingendo altrove il traffico degli acquisti di cui si avvantaggerebbe.

Aver detto no a Decathlon non incrementerà il fatturato dei nostri negozi di sport: spedirà invece sempre più triestini (e sloveni, e croati) a Udine a comprare da Decathlon, mangiare nei ristoranti vicini a Decathlon, fare la spesa nei supermercati vicini a Decathlon, rifornirsi dai benzinai vicini a Decathlon. Credendo di fare gli interessi dei nostri negozi, stiamo semplicemente recintando il deserto di clientela che li circonda. Abbiamo invece l'interesse contrario: attirare gente, creare movimento, portare turisti o acquirenti (che poi sono turisti per un giorno) i quali non disdegneranno affatto una sosta in una città che si renda sempre più gradevole e vivibile.

È vero che 37 mila quadrati di nuovi spazi (di questo si parla) sono tanti. È vero che abbiamo già un'offerta commerciale sovradimensionata. Ma il nodo è che essa replica ovunque le stesse tipologie di negozio, mentre i centri monomarca ne creano una nuova e tutta da integrare, anche con un intelligente "marketing di città", a quella tradizionale. C'è poi un'altra nefasta conseguenza di questo no pronunciato a ripetizione. I nuovi insediamenti avrebbero riqualificato altrettanti spazi in disuso se non in degrado, da Valmaura a Prosecco, ora fatalmente destinati a permanere nello stato in cui versano.

Ce lo possiamo permettere? Abbiamo una città bellissima (lo è!), ma già punteggiata di aree abbandonate, edifici cadenti, zone incantevoli quanto fatiscenti (il porto vecchio per tutte). La presunta "tutela" - che non tutela nessuno - si traduce anche in una Trieste meno vivibile e attraente di quanto potrebbe, e contribuisce a quell'odiosa sensazione di decadenza che ci anestetizza, e porta a spegnerne le luci una alla volta.

E di tutto oggi abbiamo bisogno, meno che di luci che si spengono.

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Una precisazione: i metri quadrati complessivi sono 27.500 (non 37.000), divisi in 7 diversi progetti. A fronte di una disponibilità di metri quadrati assegnabili, per legge regionale, pari a circa 500.000. Si trattava di impiegare poco più del 5% della disponibilità, quindi. Sempre se riteniamo quello della superficie un parametro idoneo a valutare l'impatto di un insediamento commerciale. Credo, infatti, appaia evidente a chiunque che chi vende mobili e arredamento, piuttosto che imbarcazioni o articoli da campeggio, necessita di un'area espositiva ben più ampia di chi commercia in oreficeria o bottoni. Anche alla luce di questa considerazione, il rifiuto da parte del Sindaco, di un pezzo della politica e perfino da quegli enti e categorie che il commercio dovrebbero svilupparlo e non deprimerlo ulteriormente, appare incomprensibile. A me e a tantissimi cittadini di Trieste.

Paolo Rovis.
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