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Libera domenica in libero stato.


Nel Foglio in edicola un'inchiesta sul perché conviene tenere aperti i negozi il venerdì, il sabato e pure la domenica.

"Nessuna amministrazione dello stato può imporre gli orari di apertura e di chiusura di un’attività commerciale al pubblico”.

Il governo potrebbe varare un disegno di legge sulla libertà di impresa commerciale, di un solo articolo, con questo contenuto o altro di simile tenore. Questo breve disegno di legge avrebbe tra l’altro un significato politico molto più immediato della pur importante modifica dell’articolo 41 della Costituzione, avviata in occasione dell’ultimo Consiglio dei ministri e accompagnata da progetti di modifica dell’articolo 118 della Carta, quello sui poteri regionali e locali di limitazione dell’iniziativa economica. Questa legge sarebbe approvata, probabilmente, con meno difficoltà di una riforma costituzionale: basterebbe la maggioranza semplice, una sola volta, alla Camera e al Senato.

La prima conseguenza della stessa legge, o di una riforma che andasse comunque nello stesso senso, consisterebbe nella possibilità, per gli esercizi commerciali già esistenti, di vendere ogni prodotto o servizio e di fissare liberamente il proprio orario di apertura: la sera, la domenica o negli altri giorni festivi, durante le ore di pranzo.

Gli enti locali non potrebbero che assecondare questa norma. Poiché infatti le aziende commerciali non comportano gravosi problemi ambientali e di sicurezza, come invece quelle di produzione, non sarebbe per loro facile avanzare obiezioni da questo punto di vista. E di fronte alle resistenze ad applicare la nuova norma, la modifica delle regole costituzionali del 41 e del 118 acquisterebbe un ulteriore e importante significato concreto.

La flessibilità negli orari di apertura dei negozi accrescerebbe la concorrenza, perché darebbe al consumatore più alternative e più tempo per fare le sue scelte, anche durante le ore in cui non lavora. Si accrescerebbe pure l’occupazione, in particolare quella di giovani e persone della terza età, ovvero tutti quelli con orari più flessibili e quindi tendenzialmente più disponibili a contratti a tempo parziale. D’altronde non si comprende perché con un mercato del lavoro flessibile e sostanzialmente liberalizzato, il commercio non possa sfruttare al meglio questa opportunità.

L’obiettivo di ridurre la disoccupazione è, dal punto di vista etico e politico, altrettanto importante di quello di sostenere la creazione di ricchezza. Inoltre, poiché questa libertà di apertura di esercizi commerciali riguarderebbe anche quelli cui si rivolgono i turisti, essa potrebbe incrementare la spesa in Italia anche da parte dei cittadini stranieri, dando un contributo alla crescita della domanda estera di consumi e quindi, anche così, un apporto aggiuntivo al pil e alla bilancia dei pagamenti.

(da "Il Foglio.it" del 17 febbraio 2011)

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