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QUANT'È DIFFICILE MORIRE PER LEGGE.



QUANT'È DIFFICILE MORIRE PER LEGGE.
La vicenda di Dj Fabo ripropone il tema dell'eutanasia. Ma regolarlo per legge è difficilissimo. Ecco perché.

28 FEBBRAIO 2017

La vicenda umana di Dj Fabo rilancia il dibattito sul "fine vita". Ovvero: se, quando e in che modo un intervento umano possa legalmente disporre la morte di una persona.

Specifichiamo. Qui siamo in presenza di un uomo cosciente che ha chiesto di venire aiutato a morire, per liberarsi di una condizione fisica di menomazione e sofferenza divenutagli insopportabile.
Niente a che fare, quindi, con il testamento biologico o le "Dat" - dichiarazione anticipata di trattamento -, da anni in un oblio legislativo. Queste sarebbero infatti volontà rese da persone sane, indicanti il limite entro il quale l'intervento medico dovrebbe fermarsi nel caso che il dichiarante debba ridursi, in futuro, in uno stato vegetativo irreversibile. E non abbia, quindi, la capacità di esprimere la propria volontà in merito proprio diritto di acconsentire o non acconsentire alle cure proposte.

Dj Fabo era un uomo, cosciente e lucido, che ha chiesto di poter morire. La legge italiana non consente che una tale richiesta venga accolta. E sul tema, come su ogni tema, si fanno sentire le opposte fazioni. Spesso manichee, con mille certezze e nessun dubbio.

Tralasciamo l'aspetto religioso. Per due motivi. Uno: perché uno Stato laico non dovrebbe tenerne conto. Due: perché il dibattito è inutile. 
Il cattolico è fedele al principio che soltanto Dio concede o toglie la vita. Non può quindi ammettere alcun intervento umano che alteri tale principio. Altri ritengono invece che la propria vita sia nella loro disponibilità. E che, pertanto, sia un loro diritto poter decidere se e quando rinunciarvi.
Due tesi che poggiano su convinzioni profonde e legittime. Ma opposte e inconciliabili.

Vediamo invece l'aspetto laico e normativo. Da più parti si invoca una legge che regoli la materia, quantomai delicata e sensibile. C'è un diffuso e comprensibile sentimento popolare, basato sull'immedesimazione: se capitasse a me quello che è accaduto a Dj Fabo, che cosa vorrei poter fare? Di fronte alla prospettiva di condurre a lungo una vita priva di ogni capacità di movimento, di privazione sensoriale, di cosciente sofferenza, la scelta di andarsene per sempre appare quella liberatoria. Non solo per sé, ma anche per tutte le persone care coinvolte in un percorso di quotidiano dolore.

Una legge, dunque. Ma quali regole dovrebbe prevedere un testo su una materia del genere?
Dice: "se io chiedo allo Stato di cagionarmi la morte, devo poterla ottenere". In quali casi? Dice: "se la mia sofferenza è tale da farmi preferire la conclusione della vita". E chi stabilisce il confine entro il quale si vive e oltre il quale si può scegliere di farsi somministrare la morte? Un parlamento? Su quali basi, visto che si tratta di limiti del tutto soggettivi? Può uno Stato stabilire con puntualità le singole circostanze in cui è legittimato a uccidere - sia pure su specifica richiesta - e in quali non lo è?

Se la sofferenza si potesse misurare numericamente e oggettivamente, una legge prevederebbe forse che "da sofferenza zero a 50 devi vivere per forza, da 51 a 100 è giusto che tu possa morire"?

E se si ponesse in primo piano la tutela della dignità umana, che talune patologie calpestano violentemente e irreversibilmente, come si individuerebbe esattamente il punto oltre il quale solo la morte potrebbe garantire tale dignità? 

La stessa normativa della Svizzera, dove Dj Fabo ha ottenuto legalmente la propria liberazione dal dolore, è intrisa di ipocrisia. Non sono la clinica o i medici a farti morire. Loro si limitano a metterti a disposizione struttura e materiali. Poi sei tu a schiacciare il bottone. Sei tu che ti suicidi, noi non c'entriamo, dicono gli elvetici. È quanto ha fatto Dj Fabo: impossibilitato a muovere gli arti, ha pigiato il dispositivo mortale con la bocca.

Provate a fare un esercizio, sul quale mi sono cimentato anch'io: se foste voi il legislatore, come scrivereste una norma sull'eutanasia? Nei dettagli, intendo. "Tutti i casi in cui uno Stato deve uccidere un proprio cittadino che ne faccia richiesta."

Scritta così fa impressione, ma una legge sarebbe esattamente questo. Un dettagliato elenco di circostanze, una serie di modalità tecniche e di adempimenti burocratici e, infine, l'obbligo in capo allo Stato di procurare la morte laddove soddisfatti i requisiti richiesti.

Per concludere. Questo post non dà risposte, né si è prefisso di farlo. Il tema è enorme e porta a una perenne oscillazione. Tra la comprensione umana verso chi, da innocente, subisce la terribile condanna permanente di condurre i propri giorni con sofferenze neppure immaginabili. Tali da fargli intravedere la propria morte come unica via verso la pace e la libertà.
E dall'altra parte, l'angosciante prospettiva che a schiacciare il bottone che mette termine a una vita siano tutti gli altri cittadini, rappresentati dal proprio Stato, sulla base di criteri difficilissimi da individuare.

Puntare il dito contro un Parlamento inerte è, in questo caso, del tutto improprio. Il travaglio della coscienza è enorme e non sembra esistere una soluzione di legge in grado di superarlo efficacemente.

Perché la vita e la morte degli umani sono fatte di complessità enormemente maggiori di quelle che la politica è in grado di affrontare.


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