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BURKINI, PERCHÉ IL DIVIETO È UN DANNO. A NOI STESSI.





BURKINI, PERCHÉ IL DIVIETO È UN DANNO. A NOI STESSI.

18 agosto 2016

Potenza dei media. La vicenda dei rari burkini apparsi sulle nostre spiagge sarebbe rimasta confinata fra gli annoiati commenti da ombrellone se il sindaco di Cannes - poi imitato da un paio di suoi colleghi - non ne avesse proibito l'utilizzo lungo la Croisette. E se la notizia del provvedimento non fosse stata rilanciata dalle agenzie europee, solitamente a corto di materia prima durante il periodo ferragostano.

Tant'è, il tema è ormai posto e tutti ne parlano. Ovvie le divisioni tra favorevoli e contrari. Il solito Salvini acchiappa al volo l'occasione per schierarsi a favore del divieto (il comunista padano che c'è in Matteo è vivo e lotta insieme a lui), spalleggiato, non a caso, da qualche femminista dichiaratamente di sinistra. Gente che, alla parola "divieto" e alla prospettiva di imporre regole restrittive alla vita quotidiana della gente, va in un brodo di giuggiole.

Tale misura francamente non si capisce a cosa servirebbe. I francesi ci fanno sapere che va bandito perché si tratterebbe di «una tenuta ostentata che fa riferimento a un’adesione a dei movimenti terroristi che ci fanno la guerra», così dimostrando non solo una crassa ignoranza, ma anche una perduta lucidità mentale.

Vietare il burkini è un boomerang devastante. E pericoloso.

La ragione più importante. Abbiamo impiegato decenni e sacrificato vite umane per affermare e consolidare le nostre libertà personali. Tra queste quella di esprimerci e financo vestirci come più ci aggrada. Scalfire questo baluardo rappresenterebbe una regressione civile pericolosissima perché ci renderebbe meno lontani da quei regimi illiberali che tali imposizioni applicano abbondantemente. E che noi, giustamente, contestiamo.
L'esperienza ci insegna, altresì, che la libertà è come un vetro: basta una piccola, apparentemente insignificante incrinatura, per vederla ben presto cadere irrimediabilmente in pezzi.

Un motivo contingente. Stiamo chiedendo e ottenendo dalle Comunità islamiche in Italia la collaborazione nell'isolare e segnalare elementi radicalizzati e potenzialmente pericolosi. Le numerose espulsioni di Imam fanatici operate dal Governo sono state rese possibili anche da questa proficua sinergia. Sarebbe quantomeno autolesionista - oltre che del tutto stupido - manifestare ostilità verso un'usanza (innocua e nemmeno diffusissima) presente all'interno del variegato mondo musulmano al quale, contemporaneamente, chiediamo collaborazione sul fronte della sicurezza.

Infine, un aspetto culturale. Credo che tutti conveniamo con il principio che "la libertà dell'uno termina dove inizia quella dell'altro". La libertà di usare il burkini termina ben prima del confine con la libertà di usare tanga, slip, boxer. Il burkini non lede il diritto di nessuno. E, quindi, nessuno può sentirsi autorizzato a ledere il diritto di indossarlo.
E non rileva se tale indumento viene o meno "imposto" da un marito osservante o da uno specifico contesto culturale o religioso. Perché ciò che conta è la nostra legge, che sancisce sia la libertà di indossare il costume coprente, sia quella di non farlo. E qui, a questa libertà a tutto tondo, ci si deve giustamente fermare. Perché una legge che entrasse nel merito di rapporti fra persone, famiglie, ambiti culturali o di fede, sarebbe a sua volta una legge illiberale.

Ancora: impedire a una donna islamica di recarsi al mare con il burkini significherebbe, probabilmente, costringerla a casa. Alla faccia delle libertà occidentali.

Non si vede perciò alcuna differenza fra coloro che, qui da noi, un capo di abbigliamento vorrebbero impedirlo e coloro che, in Paesi non democratici, un capo di abbigliamento obbligano a indossarlo. Azioni opposte, ma stessa prevaricazione, stesso totalitarismo.

Per queste ragioni, sia ancora e sempre libero burkini - e libero perizoma - in libera spiaggia e in libero Stato.
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