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TRIESTE, TAVOLI E SEDIE DEI BAR: ECCO TUTTI I NUOVI ASSURDI DIVIETI.

Trieste, tavolini all'aperto in piazza Unità d'Italia.
La necessità di un regolamento “Dehors” nacque una decina d’anni fa. Si trattava di dare risposta a una legittima richiesta di molti baristi e ristoratori: poter installare coperture sugli spazi antistanti i propri locali, così da poter fruire di un maggior numero di posti a sedere non solo nei mesi estivi, ma anche d'inverno. Avrebbe significato più lavoro e, quindi, più occupati – soprattutto giovani - nel settore.

Si susseguirono varie bozze di un regolamento non semplice da produrre. Si dovevano conciliare, infatti, le esigenze pratiche dei gestori con quelle di tutela dell’ambiente e del paesaggio, scongiurando il rischio di trasformare le vie del centro storico in una baraccopoli. Finì che non se ne fece nulla, fondamentalmente a causa della diversità di vedute tra il Comune e la Soprintendenza.

Il Regolamento approvato ieri non ha nulla a che fare con i “Dehors” come intesi e sollecitati all’epoca. Si limita a imporre norme sugli arredi già impiegati dai pubblici esercizi per far accomodare all’aperto i propri clienti: tavoli, sedie, ombrelloni. Vediamo come.

I divieti assurdi. Innanzitutto c’è il colore. Al bando qualsiasi arredo di colore diverso dal grigio scuro. Le tinte chiare, pur eleganti e diffuse, vanno rottamate. 
Proibito delimitare i propri spazi esterni con pannellature, ancorché trasparenti. La soluzione sarebbe stata per nulla invasiva e particolarmente utile per gli avventori nella città della Bora. Ma non si può. 
Divieto totale anche per le pedane: non possono venire posizionate nemmeno in presenza di pavimentazioni sconnesse o in pendenza. Con buona pace dei disabili che potranno trovarsi in difficoltà e del cliente che potrebbe ribaltarsi dalla sedia se la gamba di questa dovesse infilarsi, ad esempio, tra le fughe dei masegni.
Abbiamo scoperto anche che i fiori deturpano le bellezze architettoniche di Trieste. Infatti non sono ammesse fioriere, di alcun tipo. 
Pure le piccole comodità vengono abolite: i divanetti vadano al rogo, una rigida sedia basta e avanza per il dissoluto avventore del bar.

I danni economici. Chi ha investito, magari poco tempo fa, migliaia di euro per i propri arredi esterni, dovrà rifare la spesa se questi non corrispondono ai bulgari dettami del Regolamento. Ammesso che abbia i soldi per farlo, fatto tutt’altro che scontato in periodo di grave crisi economica. I costi ricadranno inevitabilmente sul cliente, Triestino o turista che sia. Deprimendo ulteriormente il settore. 
Oppure il gestore si farà due conti e giungerà alla conclusione che la somma della tassa per l’occupazione del suolo pubblico e del costo degli arredi da sostituire sia finanziariamente insostenibile. Rinuncerà così allo spazio esterno: minor servizio, minori sbocchi occupazionali, meno introiti per il Comune.

La “tassa”: 1 milione di euro in più. I 430 gestori triestini che vogliano mantenere l’attività sullo spazio esterno al locale dovranno presentare un progetto. In tutti i casi. Anche se l’arredo si risolve in due tavoli, otto sedie e un ombrellone, anche se le suppellettili sono esattamente quelle che il Regolamento prevede e assente. Il progetto dovrà venire redatto e vidimato da un professionista abilitato. Costo medio oltre 2mila euro. Che moltiplicati per 430 attività di pubblico esercizio e aggiunto qualche extra, fanno circa 1 milione di euro da sganciare. Immotivatamente. E in aggiunta alla spesa per gli arredi e alla tassa per l’occupazione del pubblico selciato.

Poca chiarezza. Si aggiunga che non c’è chiarezza sui tempi entro i quali adeguarsi alle vessatorie disposizioni e nessuna certezza che i progetti presentati trovino parere favorevole dalla Soprintendenza.

Che bisogno c’era di accanirsi in questo modo su una categoria di piccoli imprenditori che già fa fatica, come tutti, a lavorare e pagare pesanti, quotidiani balzelli?

Si comprenderebbe il “giro di vite” se Trieste fosse ridotta a un patchwork di materiali e tessuti indecorosi. Ma gli arredi esterni dei locali sono quasi sempre eleganti, sobri, adatti ai luoghi. Merito del buon gusto medio dei gestori che sanno bene, peraltro, come un’offerta esteticamente gradevole e strutturalmente accogliente favorisca lavoro e ricavi.

La Giunta comunale dichiara che è stata costretta ad accettare i diktat della Soprintendenza. Lo stesso affermano i Consiglieri del centrosinistra che però, pur riconoscendo l’assurdità di certe prescrizioni, hanno votato favorevolmente al Regolamento.

Io ho proposto modifiche per sanare quelle parti che contrastano anche solo con il semplice buon senso (le trovate nelle immagini qui sotto). Nulla da fare. Come a nulla è purtroppo valso il mio voto negativo, unitamente a quello di altri, pochi, colleghi: il Regolamento entra in vigore così com’è.

Ha vinto la peggiore burocrazia, ha perso la buona politica espressa direttamente dai cittadini. E, con essa, ne esce sconfitta una città che ha sempre rispettato e valorizzato la propria bellezza e una categoria di piccoli imprenditori che si vede aggiungere un’altra vessazione, economica e burocratica, del tutto incomprensibile.

Consentire poltroncine e divanetti: niente da fare.

Consentire pedane, pannelli trasparenti e fioriere: niente da fare.

Procrastinare entrata in vigore per dar tempo ai gestori di adeguarsi: niente da fare.

Evitare spesa e presentazione progetto se arredi conformi a regolamento: niente da fare.

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